I fiorentini e quella volontà corale di ungere il filo della speranza

I fiorentini e quella volontà corale di ungere il filo della speranza
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3 Aprile 2020

I fiorentini e quella volontà corale di ungere il filo della speranza

Lo scoppio del carro è una manifestazione della tradizione popolare laico-religiosa che si svolge la domenica di Pasqua a Firenze e che risale addirittura ai lontani tempi della Prima Crociata, indetta per liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli infedeli. Quest’anno sarà il primo anno in cui tale manifestazione verrà sospesa per via delle disposizioni in atto per la tutela della salute.

Il cosiddetto brindellone, una torre pirotecnica posizionata su un carro, viene trainato da due coppie di buoi per le strade del centro storico di Firenze e posizionato tra il battistero e la cattedrale. Al culmine della cerimonia, al canto del “Gloria”, l’arcivescovo accende dall’altare del duomo un razzo a forma di colomba che, tramite un meccanismo a fune, percorre tutta la navata centrale della chiesa e raggiunge all’esterno il carro, facendolo scoppiare. La “Colombina”, come la chiamano i fiorentini, è dotata di quattro razzi, che le permettono di compiere il percorso sul filo, lungo ben 150m, dall’altare maggiore verso il carro e di ritorno all’altare maggiore del duomo ed il tutto in 20 minuti circa.

L’antica festa ha sempre richiamato una gran folla di turisti ma soprattutto di cittadini che traggono gli auspici per l’anno che verrà, dal felice esito della corsa della colombina sulla corda, che deve svolgersi senza alcun intoppo. A questo proposito, tutto si può dire dei fiorentini, tranne che siano un popolo poco incline a rispettare certi riti e a lasciarsi spesso suggestionare dagli stessi: Guai se durante quei 150 metri di filo la colombina dovesse indugiare o peggio ancora bloccarsi.

Una delle ultime volte che la colombina fallì tale “missione” fu il 10 aprile 1966, e a novembre, infatti, ci fu l’alluvione.
Poi ancora il 1º aprile 2018 la colombina non riuscì a tornare indietro all’altare maggiore, rimanendo bloccata a metà percorso.
Per questa ragione i fiorentini, per scongiurare il più possibile eventuali intoppi, sono da sempre soliti ungere il filo di ferro su cui scorre la colombina con del grasso (un tempo si usava la cosiddetta “Corda sugnata”). Superstizione? Sicuramente. Gesto apotropaico? Beh, forse a questo proposito, l’attenzione andrebbe posta più che sul gesto in sé per sé, sulla comune e quasi corale volontà di compierlo: ovvero l’impegno condiviso da tutti i cittadini nel far sì che ogni anno si ripeta impeccabilmente un rituale centenario…il consueto appuntamento con la storia della stessa Firenze.

I fiorentini infatti, sono un popolo dotato di grande consapevolezza storica e di grande amore per tutto ciò che li riguarda e contraddistingue; amore che si traduce nell’ impegno, nella serietà e nello spirito battagliero con cui affrontano tutto quello che può mettere a rischio o danneggiare la loro bella città.
Questo l’hanno dimostrato in diverse occasioni, basti pensare all’alluvione o, addirittura, secoli prima all’ondata di peste nera del ‘300.
Proprio a questo proposito, sarebbe interessante fare un passo indietro nel tempo di 672 anni.
Si sa che la storia ha sempre avuto la bizzarra tendenza a ripetersi ed il più delle volte essa è in grado di fornire ottime risposte a quesiti contingenti, a patto tuttavia di “saperla ascoltare”.

Tra il 1347 ed il 1350, l’intera penisola italiana fu invasa appunto, dalla Peste Nera: Un “cigno nero”, come lo si definirebbe oggi; ovvero un evento raro, imprevedibile e isolato, perché non rientra nel campo delle normali aspettative umane. Soprattutto drammatico, in quanto capace di sconvolgere la vita delle persone, gettarle nel panico e far crollare interi sistemi politici ed economie.
Un evento ancora più inaspettato dai fiorentini di inizio Trecento, che erano reduci da un lunghissimo periodo di sviluppo economico e demografico iniziato già tre secoli prima in tutta Europa e di cui erano stati protagonisti. Un periodo di crescita senza precedenti e che sembrava non dovesse finire mai. Ma in pochissimo tempo la peste uccise quasi un terzo della popolazione.
Nessuno era preparato ad affrontare una malattia di cui non si conoscevano le cause e la palese inadeguatezza delle cure mediche del tempo di fronte alla malattia esasperava anche gli stessi medici. Era ben chiaro però (esattamente come adesso) che gli assembramenti di persone favorissero il proliferare del morbo. Pertanto le amministrazioni statali e cittadine, per rispondere all’emergenza, svilupparono un’ organizzazione sanitaria che per quell’epoca si rivelò all’avanguardia.

Furono migliorati infatti gli Uffici di Sanità sia nelle città più grandi che nelle realtà più piccole.
Tra l’altro, sempre come adesso, fu difficile far accettare dalla gente provvedimenti rigidi e restrittivi come cordoni sanitari, quarantena e tutte quelle disposizioni onerose e limitative della circolazione di merci e persone.
Eppure, alla fine, queste misure portarono giorno dopo giorno alla fine della pandemia, a cui fece seguito una velocissima ripresa economica: Nacquero in quegli anni la banca moderna, il conto corrente di corrispondenza, l’assegno bancario e la lettera di cambio; furono incrementati i traffici commerciali che incentivarono quella contaminazione economica e culturale su vasta scala che caratterizzò l’intero Rinascimento.

In altre parole, si passò da uno stato di crisi ad uno di grande prosperità e progresso, perché tutti fecero la loro parte dando prova di grande resilienza e trasformando una tragedia in un’opportunità di riscatto.
Oggi il quadro generale è sicuramente più positivo di quello del tempo, poiché la medicina e le conoscenze scientifiche consentono nella maggioranza dei casi di guarire con buoni margini di sicurezza.
Ecco quindi che ancora una volta la storia, attraverso i secoli, invia una risposta positiva e di speranza a tutti coloro che al giorno d’oggi, stanno attraversando un periodo di grande travaglio psicologico e di sconforto, ponendosi confusi mille domande sul domani e talvolta dubitando delle proprie capacità di ripresa.

La storia vuol farci comprendere l’importanza di non fermarci inermi di fronte alle difficoltà e alla paura, di non lasciarci vincere dalla negatività, ma di continuare a lottare proattivamente per la riconquista di una normalità condivisa, di tornare a viaggiare con fiducia e a sentirci nuovamente cittadini del mondo; perché, parafrasando il rito del brindellone, può capitare che un anno la colombina incontri qualche intoppo durante il suo tragitto, ma è fondamentale l’impegno profuso da ogni singolo individuo della collettività nel continuare ad ungere il filo su cui essa scorre.

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